Aggiornamento: 19 set


The Hunt, Ruprecht von Kaufmann for INTERACTION NAPOLI 2022, Napoli


Artista visivo che si affaccia delicatamente in un mondo onirico per raccontare storie tratte da vita quotidiana e mitologia. Inizia a disegnare da bambino copiando fotografie come distrazione dalla noia delle lunghe ore in classe, senza immaginare di poter diventare un giorno un artista di professione.


Nato e cresciuto in Baviera, Ruprecht von Kaufmann dopo le scuole superiori decide di iniziare un percorso di formazione nell’arte iscrivendosi all’Art Center LA. Ed è proprio qui che la sua vita e la sua considerazione di sé cambiano, quando alcuni suoi professori, dopo aver notato i suoi disegni ricchi di narrazione, lo stimolano a intraprendere una carriera come artista.

Credit Peter Adamik


Oggi Ruprecht von Kaufmann è un talentuoso pittore che sperimenta sempre nuovi modi di raccontare non soltanto attraverso la raffigurazione, ma anche tramite la variazione di dimensioni e la manipolazione di differenti materiali.


Spesso nel suo lavoro sviluppa un discorso sociale sull’aggressione della natura da parte dell’uomo. Per questa ragione sono presenti nelle sue opere forti referenze al mondo umano e animale che coesistono e si affrontano continuamente, spesso dando vita a creature ibride come sfingi, minotauri, che conservano la loro parte selvaggia e istintuale purché questa resti in contatto con quella umana razionale.


“Quando dipingo, sono interessato nel raccontare storie di esperienze che sono insieme individuali e universali… ecco perchè la testa dei personaggi nei miei quadri è sfocata, erosa, coperta: non vorrei fossero ritratti di specifici soggetti, ma piuttosto degli archetipi”. Dice von Kaufmann in un’intervista.

Nei suoi quadri l’artista desidera da una parte creare una connessione emozionale con chi li osserva, per questo von Kaufmann dipinge attimi profondamente intimi, ma condivisibili perchè immedesimarsi nell’altro attraverso l’esperienza personale permette di sentirsi compresi: una sensazione essenziale per la vita umana.

Dall’altro lato von Kaufmann recupera e analizza scene di vita quotidiana, che non hanno necessità di grande sforzo di pensiero, apparendo quasi scontate. Tuttavia se scomposte e osservate da un altro punto di vista queste scene possono assumere nuovi significati diventando “a-normali”, a tratti anche folli.


“È quindi possibile che tra un secolo l'umanità ripensi alla nostra storia d'amore con le automobili, ad esempio, e che le persone del futuro scuotano la testa per l'incredulità. Nei dipinti è possibile creare scene del genere: prendere qualcosa che all'inizio sembra molto quotidiano e normale, ma poi scomporlo, come una scena di un universo parallelo, dove vigono regole diverse e aliene.”



Ruprecht von Kaufmann è uno dei 28 artisti oggi in mostra nel chiostro cinquecentesco della Fondazione Made in Cloister per il progetto a cadenza biennale INTERACTION NAPOLI.

La sua opera si intitola The Hunt: un dittico dipinto a olio su legno che raffigura una scena di caccia. Sulla sinistra due uomini che imbracciano un fucile tentano di uccidere un unicorno, mentre sulla destra dell’opera una leonessa con testa di donna riposa tranquilla e un’altra dal volto coperto balla quasi mossa dal vento o da fili che la manovrano come una burattina.

Potete vedere la sua opera in mostra fino al 24 settembre. Vi aspettiamo!

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Nicola Samorì è un artista nato e cresciuto a Forlì e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Pittore, scultore vive e lavora a Bagnacavallo e visitare la sua casa-studio può essere un’affascinante esperienza. Scarti materici, tele, sculture e residui pittorici sono spesso abbandonati su tavoli e pavimenti in attesa di assumere significato in nuove opere.


Non gli interessano i movimenti artistici, ma ama approfondire singoli artisti “impossibili”, che non riesce a decifrare del tutto e che studia ossessivamente per copiarne il lavoro e trasfigurarlo. La sua poetica origina infatti da un fortissimo impulso di reinterpretazione di antiche opere e figure - come santi o personaggi della mitologia - creando dipinti e sculture che trasudano sofferenza e inquietudine.


“Io più che di reinterpretazione parlerei di crimini nei confronti della storia dell’arte. C’è una volontà di creare un legame molto forte con un passato che preesiste e allo stesso tempo di liberarsene in maniera violenta”. Dice ad Alberto Mattia Martini durante una studio visit per la rubrica della rivista d’arte Artribune.



Samorì è un artista controverso che ferisce le sue opere sfregiandole, scarnificandole, lacerandole per manometterne l’integrità in una continua oscillazione fra il sadico e il masochistico, in una lotta che lascia tracce.


Ed è la forma della ferita ad interessarlo, non solo infliggerla, lasciando spesso trasparire residui di colori chiari sottostanti la superficie, in contrasto con il contesto circostante dell’opera. Così evidenzia un rapporto antitetico: andando alla ricerca della luce, Samorì trova il buio.


«L’arte è un foro nel tempo, qualcosa che ne anestetizza la corsa.»

La luce è un buco, Nicola Samorì, 2019


Anche l’oggetto della violenza diventa simbolico e lo descrive bene Franco Rella parlando del volto come parte più vulnerabile di una figura umana: nuda, in qualche misura la più sacra. Ed è proprio qui che viene spesso compiuto il gesto dissacratore.


Abbiamo per la prima volta incontrato Nicola Samorì nel 2020 con la mostra personale Black Square, in esposizione nel Chiostro cinquecentesco della Fondazione Made in Cloister. Influenzato dalla città di Napoli e dalla storia del centro storico e dell’area di Porta Capuana, ha realizzato un progetto site specific in dialogo con lo spazio suggestivo del chiostro piccolo del complesso di Santa Caterina a Formiello, focalizzandosi sull’idea di trasformazione della materia e sull’intrinseco potenziale di rigenerazione che permea il concetto di decadenza. Cliccate sull’immagine per scoprire di più su questa esposizione.


Nicola Samorì lo ritroviamo oggi in mostra nel Chiostro come uno dei 28 artisti partecipanti al progetto a cadenza biennale Interaction Napoli, presentando per l’occasione un dipinto a olio intitolato Roma (L'Eclisse). Sulla tela due figure lacerate sembrano muoversi armonicamente in una danza esoterica, confondendosi quasi in un corpo solo.



“La pittura è anche un po’ come il sangue di San Gennaro, che è secco, ma torna a liquefarsi in occasioni speciali, quando intorno alla reliquia vengono compiuti gesti che si tramandano da secoli.”

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Aggiornamento: 13 lug



Laurie Anderson è un’artista americana d'avanguardia nota soprattutto per la sua attività di artista perfomativa. Uno spirito curioso sempre attratto dalla sperimentazione, che ha utilizzato la contaminazione tra molteplici linguaggi come cifra stilistica.

Artista visiva, performer, compositrice, poeta, fotografa, regista, maga dell’elettronica, sin da bambina coltiva il suo talento di artista poliedrica sviluppandolo poi attraverso i suoi studi in arte, scultura e musica.


All’inizio della sua carriera usava descriversi "una scultrice che ha iniziato a fare musica" o come "artista multimediale", preferendo non rientrare in schemi predefiniti e alimentando la propria creatività attraverso le influenze reciproche di discipline apparentemente distanti.

La sua prima opera risale all’età di 19 anni, quando si esibisce in un concerto per automobili orchestrando i suoni del clacson.


"Dipingere è come improvvisare in musica. Eseguire questi grandi gesti sulla tela mi fa sentire come se suonassi il violino."


Il violino è un elemento distintivo nella sua carriera, trasformandosi in compagno di vita e spesso co-protagonista delle sue performance, come in Duets on Ice - una delle sue opere più celebri - in cui si esibisce suonando lo strumento accompagnato da una loop station e indossando dei pattini incastrati in blocchi di ghiaccio che, sciogliendosi, scandiscono la fine della performance.


in video Laurie Anderson ricrea la performance Duets on Ice


Laurie Anderson conquista il pubblico e la critica nel 1981 quando raggiunge la vetta delle classifiche musicali con il brano "O Superman”: un’opera significativa che le ha permesso di approdare, attraverso l’incontro con figure di spicco, a nuovi ambiti dell’arte. Nel caso non l’abbiate mai ascoltato vi lasciamo qui il video YouTube.


La narrazione è parte essenziale del lavoro di Anderson, l’artista ha infatti sempre desiderato raccontare storie tratte da scene di vita quotidiana, come esperienze ed emozioni, che è stata capace di riflettere nella sua arte. Questi sentimenti, compresi i suoi legami affettivi con il cantautore, poeta e marito Lou Reed o con l’amata cagnetta Lolabelle che li ha accompagnati per più di dieci anni, si percepiscono nelle sue canzoni come nei suoi dipinti.


“Le storie sono una parte importante della mia infanzia: avevo una sorellina che non riusciva a dormire, così ho iniziato a raccontarle una serie storie” . Dice Laurie Anderson in una bella intervista.



Laurie Anderson e Fondazione Made in Cloister


Il 28 maggio 2016 è stata inaugurata in Fondazione Made in Cloister "The Withness of The Body" una sua esposizione personale con più di trenta opere inedite in Italia, che richiama l'attenzione sui temi della vita, sulla contraddizione della consistenza e inconsistenza del corpo.

Dopo la morte di Lolabelle nel 2011, l'artista ha iniziato una serie di disegni a matita di grandi dimensioni. Buddista praticante, la Anderson ha immaginato l'esperienza del suo cane nel Bardo, il periodo di 49 giorni che precede la reincarnazione secondo la cultura tibetana.



In occasione dell’esposizione site specific sei opere della Serie del Bardo sono state realizzate all’interno del chiostro cinquecentesco sede di Made in Cloister, mentre le altre sono state ritradotte in italiano.


Questa mostra segue il film sperimentale da lei scritto e prodotto nel 2015 "Heart of a Dog": un lungometraggio fuori delle regole composto di un mix di video, frames fissi, filmini familiari, che si concentra sulla relazione con Lolabelle e in cui aleggia lo spirito di Lou Reed, anche lui scomparso da pochi anni.

Oggi in Fondazione Made in Cloister sui muri del chiostro sono visibili due opere d'arte permanenti di Laurie Anderson, in dialogo con altre opere per il progetto a cadenza biennale INTERACTION NAPOLI.



"L'ospite" è la prima delle due opere, un disegno su muro in cui l'artista si ritrae in uno scambio con un presentatore di un talk show. Quando i visitatori si avvicinano alla parete, la musica di Laurie Anderson inizia a suonare grazie all’attivazione di un sensore.


Anche il secondo lavoro è un disegno su parete che raffigura un momento molto intimo tra l’artista dormiente e Lolabelle che le riposa sui piedi. L’interazione creata per l’occasione con le opere dell’artista Julian Schnabel ne ribaltano completamente la percezione. Cliccate qui per leggere l’articolo che parla di Julian Schnabel e della sua abilità nel suo lavoro di rivedere e reinterpretare significati.


Pensando ai due disegni permanenti nasce spontaneo chiedersi che cosa accadrà in futuro e come altri artisti si relazioneranno agli “affreschi contemporanei” di Laurie Anderson.


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