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Nicola Samorì e la trasfigurazione della storia dell'arte

Aggiornamento: 25 mag 2023



Nicola Samorì è un artista nato e cresciuto a Forlì e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Pittore, scultore vive e lavora a Bagnacavallo e visitare la sua casa-studio può essere un’affascinante esperienza. Scarti materici, tele, sculture e residui pittorici sono spesso abbandonati su tavoli e pavimenti in attesa di assumere significato in nuove opere.


Non gli interessano i movimenti artistici, ma ama approfondire singoli artisti “impossibili”, che non riesce a decifrare del tutto e che studia ossessivamente per copiarne il lavoro e trasfigurarlo. La sua poetica origina infatti da un fortissimo impulso di reinterpretazione di antiche opere e figure - come santi o personaggi della mitologia - creando dipinti e sculture che trasudano sofferenza e inquietudine.


“Io più che di reinterpretazione parlerei di crimini nei confronti della storia dell’arte. C’è una volontà di creare un legame molto forte con un passato che preesiste e allo stesso tempo di liberarsene in maniera violenta”. Dice ad Alberto Mattia Martini durante una studio visit per la rubrica della rivista d’arte Artribune.



Samorì è un artista controverso che ferisce le sue opere sfregiandole, scarnificandole, lacerandole per manometterne l’integrità in una continua oscillazione fra il sadico e il masochistico, in una lotta che lascia tracce.


Ed è la forma della ferita ad interessarlo, non solo infliggerla, lasciando spesso trasparire residui di colori chiari sottostanti la superficie, in contrasto con il contesto circostante dell’opera. Così evidenzia un rapporto antitetico: andando alla ricerca della luce, Samorì trova il buio.


«L’arte è un foro nel tempo, qualcosa che ne anestetizza la corsa.»

La luce è un buco, Nicola Samorì, 2019


Anche l’oggetto della violenza diventa simbolico e lo descrive bene Franco Rella parlando del volto come parte più vulnerabile di una figura umana: nuda, in qualche misura la più sacra. Ed è proprio qui che viene spesso compiuto il gesto dissacratore.


Abbiamo per la prima volta incontrato Nicola Samorì nel 2020 con la mostra personale Black Square, in esposizione nel Chiostro cinquecentesco della Fondazione Made in Cloister. Influenzato dalla città di Napoli e dalla storia del centro storico e dell’area di Porta Capuana, ha realizzato un progetto site specific in dialogo con lo spazio suggestivo del chiostro piccolo del complesso di Santa Caterina a Formiello, focalizzandosi sull’idea di trasformazione della materia e sull’intrinseco potenziale di rigenerazione che permea il concetto di decadenza. Cliccate sull’immagine per scoprire di più su questa esposizione.


Nicola Samorì lo ritroviamo oggi in mostra nel Chiostro come uno dei 28 artisti partecipanti al progetto a cadenza biennale Interaction Napoli, presentando per l’occasione un dipinto a olio intitolato Roma (L'Eclisse). Sulla tela due figure lacerate sembrano muoversi armonicamente in una danza esoterica, confondendosi quasi in un corpo solo.



“La pittura è anche un po’ come il sangue di San Gennaro, che è secco, ma torna a liquefarsi in occasioni speciali, quando intorno alla reliquia vengono compiuti gesti che si tramandano da secoli.”

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